Vincenzo e Filomeno Padula

Cronaca di due vite sullo sfondo dell'Impresa dei Mille


Padula era un angolo dimenticato e tranquillo nel Regno delle due Sicilie, all’interno del Principato di Citeriore. Il paese, di notevole dimensione, aveva una popolazione di oltre 10.000 abitanti, come i capoluoghi Potenza e Salerno.Uno dei suoi monumenti più belli e significativi era la Certosa di S. Lorenzo, fondata nel XIII secolo, ingrandita e poi sviluppata come centro economico e amministrativo. I lavori di abbellimento e mantenimento del gigantesco complesso monastico erano la principale attività di numerosi artigiani e scalpellini, che utilizzavano la pietra locale. Padula, inoltre, essendo sulla strada delle Calabrie favoriva il collegamento tra Salerno e Napoli. I piccoli artigiani, commercianti e professionisti in opposizione al dispotismo del governo assoluto del re che aveva abolito il parlamento e negato le libertà civili e politiche nonché l’ autonomia dei comuni, chiedevano radicali riforme.

Così governava Ferdinando II, emarginando la borghesia e appoggiandosi al consenso dei grandi proprietari terrieri. A Padula l’analfabetismo era dell’86 % contro il 54% del Piemonte, e né il re né il clero e la nobiltà vedevano motivi di incoraggiare l’istruzione e favorire gli spostamenti. Il clero di Padula non era dissimile da quello del resto del regno e ogni famiglia benestante aveva un ecclesiastico. Anche Vincenzo Padula era un sacerdote ed era affascinato dal motto di Mazzini: “Dio e popolo”.

Già da qualche anno, il Primo Ministro Camillo Benso Conte di Cavour, aveva iniziato a tessere le fila di un piano che avrebbe portato all’intervento di una grande potenza per dare il decisivo appoggio alla causa italiana. A Padula, il Comitato liberale non era una vera e propria società segreta come la Massoneria che manteneva nascosta l’identità dei membri tra di loro. Ecco perché non erano pochi quelli che in paese sapevano che Vincenzo Padula era il capo del Comitato liberale in quanto gli affiliati, usavano dei segni per riconoscersi che potevano essere un capo di abbigliamento (un nastro rosso per catena d’orologio), un movimento particolare oppure una parola d’ordine.

Nel corso del 1856, Vincenzo entrò in contatto con il Comitato di Napoli guidato da Giuseppe Fanelli e Luigi Dragone, che aveva un programma basato sulle idee di “Unità, Libertà e Indipendenza”. Il Comitato copriva Campania e Basilicata ed era collegato a quello di Genova, guidato da Carlo Pisacane e Giuseppe Mazzini che, in quei mesi, era tornato nella sua città natale. Il dispotismo borbonico, oltre a opprimere la classe degli artigiani, dei commercianti e dei professionisti, costringeva anche la maggioranza della popolazione a una vita di stenti e priva di speranze.

Nell’autunno, a causa dell’ intensificarsi dei movimenti delle società segrete, le autorità provinciali decisero di privarle dei loro capi più importanti. A marzo arrivò anche a Padula una lettera mandata dal Comitato di Napoli a tutti i corrispondenti una vera e propria chiamata elle armi, il Comitato scriveva che era giunta l’ora di una insurrezione interna e Vincenzo, sentì che si stava avvicinando il grande momento.

Il Sottointendente Calvosa si presentò a casa Padula per effettuare un’accurata perquisizione ma con grande delusione, non trovò niente, perché la madre di Vincenzo aveva fatto sparire tutto ciò che poteva compromettere il figlio che comunque fu portato in carcere. La sera del 30 giugno, una lunga fila di uomini guidati da Pisacane, Nicotera e Falcone, saliva su per i vicoli di Padula e quando la madre di Vincenzo li vide dalla finestra, le si aprì il cuore nella speranza che fossero arrivati i liberatori del figlio. Carlo Pisacane, deluso e disorientato, aveva deciso di andare a Padula dove oltre all’ appoggio del Comitato liberale poteva contare anche sull’ appoggio della Guardia Urbana in procinto di unirsi ai rivoltosi. Pisacane, pur sapendo che il capo di quel comitato, Vincenzo Padula, era da più di due mesi in prigione a Salerno contava sulla presenza di un grosso numero di affiliati pronti a insorgere e a seguirlo verso Napoli. Vincenzo Padula venne liberato per mancanza di prove, la lunga detenzione lo aveva segnato ma non aveva diminuito la sua forza e volontà di resistenza. Durante la prigionia Vincenzo, fu aiutato dal fratello Filomeno, un soldato della Guardia Nazionale che lo teneva informato su ciò che stava accadendo. In Italia, proprio in quegli anni si stava rafforzando il mito di Garibaldi, che aveva tenuto alto il nome dell’Italia nella America del Sud e aveva ripetutamente battuto gli Austriaci nel ‘48 e nella guerra appena conclusa.

Così, il 5 maggio, Vincenzo Padula assieme ad altri volontari, si imbarcò da Quarto, in Liguria, per sbarcare poi a Marsala l’11 maggio 1860. Riordinata la compagnia dopo lo sbarco, l’esercito di volontari si avviò verso Marsala e, una volta penetrati all’interno della città, la occuparono. La sera stessa Garibaldi decise di partire alla volta di Salemi; era il 12 maggio. La marcia si fece più pesante e difficile con il passare delle ore; la sera l’esercito di volontari si accampò nella fattoria Rampagallo. La mattina seguente i garibaldini ripartirono in direzione di Salemi, dove trovarono un’accoglienza calorosa e ci fu un altro giorno per riposare. Fu qui che Garibaldi assunse la dittatura dell’isola in nome di Vittorio Emanuele, mentre si presentavano gruppi di insorti siciliani, che costituirono il corpo dei Cacciatori dell’Etna. All’ alba del 14 maggio l’esercito di volontari si rimise in marcia e per molti degli ex-sudditi borbonici fu un momento atteso da tempo, dopo gli anni del carcere, dell’esilio e quelli vissuti sotto l’odiato tiranno in un clima di persecuzioni e arresti.

Giunti nei pressi di Calatafimi, il Generale riuscì a scorgere il nemico e andò avanti con le guide per preparare la battaglia, nell’attesa, tra i volontari cominciarono a girare le voci più disparate sulle milizie borboniche che erano visibili solo a quelli che avevano oltrepassato la sommità. Nell’attesa di un attacco, la terza Compagnia guidata da Nino Bixio, si schierò sul lato sinistro dell’altura e i volontari si accovacciarono nell’erba alta mentre Garibaldi resto’ tranquillamente seduto a osservare il nemico sulla collina di fronte. Quando, in basso, partirono le prime scariche di fucile verso la fila dei carabinieri genovesi, arrivò l’ordine di Garibaldi di stare fermi e aspettare; all’improvviso partì il segnale di attacco e Nino Bixio urlò: “Avanti! Viva l’Italia!”. All’inizio i garibaldini scesero ordinati, poi, quando furono a tiro del fuoco nemico, cominciarono a correre verso i ripari naturali. Vincenzo Padula riuscì ad arrivare illeso al primo terrazzamento, combattendo tenacemente. Quando arrivò sul colle conquistato, vide le truppe borboniche che si stavano ritirando verso Calatafimi, e cosi comprese che la rivoluzione italiana aveva vinto la sua prima battaglia. Il 17 maggio i volontari giunsero ad Alcamo in mattinata. Poiché le strade erano piene di gente per la festa dell’Ascensione, fu impossibile per le compagnie entrare nella cattedrale e nessuno potè assistere alla scena che si stava svolgendo: Garibaldi inginocchiato davanti all’ altare e frate Pantaleo che gli appoggiava una croce sulla spalla.

Dopo due giorni di piogge intense e sei di marce, i volontari si trovarono sui colli attorno a Palermo. In seguito a molteplici tentativi, Garibaldi capì che, per entrare in città, i suoi uomini avrebbero dovuto girare a semicerchio dalla parte opposta rispetto a quella da dove erano arrivati, era il 26 maggio. Il primo scontro fu sul ponte dell’Ammiraglio; la battaglia duro tre giorni dopodiché i borboni si ritirarono.

Vincenzo per il valore dimostrato, fu promosso capitano. Per molti giorni giacque malato mentre Paleremo festeggiava la liberazione. Era giunto in città anche il comandante Francesco Sprovieri che fu incaricato da Garibaldi di organizzare un battaglione con i resti della sua compagnia e con i disertori borbonici per raggiungere Milazzo. Sprovieri volle con sé Vincenzo Padula sebbene ancora molto debole e nella necessità di restare a riposo per diversi giorni.

Mentre avanzavano verso la città tra le cannonate, Vincenzo venne colpito al ginocchio da un pezzo di mitraglia e finì a terra, con il sangue che scorreva copiosamente. I suoi uomini gli furono subito intorno mentre le pallottole fischiavano nell’aria e lo portarono di corsa nelle retrovie nonostante l’infuriare della battaglia. La sera Vincenzo, insieme ad altri feriti, fu trasferito a Barcellona Pozzo di Gotto dove venne, assieme agli altri, sistemato in letti e giacigli di fortuna in alcuni edifici messi a disposizione per i garibaldini. Si preannunciava un periodo difficile per Vincenzo perché, sebbene curato e accudito, la scheggia di mitraglia stava mandando la gamba in gangrena e in questi casi c’era solo una soluzione, cioè l’amputazione dell’arto. L’operazione venne eseguita senza alcuna anestesia per sua volontà, dal chirurgo Gaetano Zen e per lui fu duro vedere il suo compagno e amico in quelle condizioni. Sulle prime l’operazione sembrava riuscita anche se Vincenzo era debole e la febbre molto alta. Appena seppe delle condizioni di suo fratello, Filomeno decise di raggiungerlo in Sicilia e, sbarcato a Barcellona corse a trovarlo. Finalmente assieme, i due abbracciarono e non riuscirono a dire alcuna parola tanta era l’emozione.

Vincenzo sembrò improvvisamente riacquistare forza. Si trattò di una ripresa breve perché, nei giorni successivi, le sue condizioni peggiorarono a tal punto che il 28 agosto 1860 Vincenzo Padula morì a soli 28 anni e non poté vedere quello per cui aveva tanto combattuto e sofferto: i centri abitati in rivolta, i funzionari borbonici in fuga, le bandiere tricolori che sventolavano dai balconi e i cospiratori di un tempo che, indossate la camicie rosse frettolosamente cucite dalle madri, guidavano le schiere dei volontari pronti alla battaglia finale.

La rivoluzione progrediva vittoriosa e l’Italia sarebbe stata fatta.

Nella primavera del 1861, il possibile conflitto contro l’Austria fece sì che venissero richiamati in servizio migliaia di soldati del disciolto esercito borbonico. Questa decisione ebbe però effetti disastrosi nelle province meridionali. Gli ex- soldati borbonici preferirono andare ad aumentare le bande dei briganti che avevano conquistato Ripacandida e Venosa, a nord di Potenza, al grido “Viva Francesco II”. Anche altri luoghi come Lavello, Corleto, Polla e Caggiano erano stati conquistati dai ribelli. Con l’arrivo della primavera, le bande, che avevano cercato rifugio nei paesi a causa del freddo e del gelo, cominciarono a riformarsi e vennero rinforzate dai soldati risultando così ben più numerose di quanto previsto. Verso la Basilicata, intorno a Marsico e Marsicovetere, rapine e violenze erano da attribuire ad una banda costituita da nativi di quei paesi e in particolare, veniva indicato il nome di un evaso dalle carceri di Potenza: Angelo Antonio Masini, detto Ciuccolo.

Nella primavera 1862, la Guardia Nazionale di Padula, che era tra le formazioni più importanti della provincia con 326 militi e 14 ufficiali, era comandata dai due capitani Vincenzo Santelmo e Filomeno Padula. Filomeno aveva 25 anni e il nuovo Stato, per il quale il fratello Vincenzo aveva sacrificato la sua giovinezza, viveva nella speranza di un avvenire migliore, anche se circondato da forze minacciose e violente. L’attività di lotta al brigantaggio era ingrata e difficile, le perlustrazioni venivano fatte frequentemente anche più di una volta alla settimana. Il 17 luglio, sulla base di una soffiata, un drappello di militi guidato da Santelmo e Filomeno partì per una nuova spedizione sulle montagne attorno a Padula.

Durante la notte furono avvistati cinque briganti che stavano mangiando nella valle Fungi. I militi si disposero a semicerchio e urlarono “Arrendetevi!”. Partì una fucilata e un brigante cadde a terra morto, uno venne catturato e gli altri riuscirono a dileguarsi.

L’ucciso era di Paternò, quello fatto prigioniero era invece di Padula. Quest’ultimo venne portato in paese dove cadde sotto il fuoco di un improvvisato plotone di esecuzione. Il rapporto ufficiale riferì della “gioia della popolazione”. Nello stesso pomeriggio, si costituì un altro brigante che le donne cercarono di lapidare per le violenze subite.

Una sera di giugno, si apprese che il famigerato Angelantonio Masini, era piombato con ben quaranta uomini nel casino di Don Felice vicino a Padula, derubandolo di quello che c’era e sfasciando il resto. Le bande che si aggiravano sulle montagne prendevano di mira chi capitava e nessuno poteva sentirsi veramente sicuro. Caciocavalli, pani, fichi secchi, liquori e poi galline, polli, giumente, stivali e cappotti venivano rubati anche alla povera gente, quando se ne presentava l’occasione.

Intanto il Mezzogiorno tornava ad essere il centro dell’agitazione democratica. Garibaldi stava organizzando una spedizione che dalla Sicilia doveva arrivare fino a Roma. Il governo (24 agosto 1862) proclamò allora lo stato d’assedio in tutte le province meridionali, affidando al generale Lamarmora pieni poteri soprattutto contro il brigantaggio.

A Padula le maniere forti venivano già usate e ora, con lo stato d’assedio, si cercò di imporre un durissimo regime che vietava ai contadini e braccianti di portare nelle campagne cibo in quantità superiore allo stretto fabbisogno giornaliero. Il 26 aprile 1863, a Padula la banda Masini, che disponeva di informatori e complici nel paese rapì Vincenzo Caolo che, dopo un primo riscatto pagato dalla famiglia di 900 ducati, riuscì a liberarsi e fuggire. Per vendetta la banda di briganti gli incendiò la masseria. La sera del 22 agosto Caolo, tornando dalla campagna, venne circondato dai briganti che l’ammazzarono sparandogli a bruciapelo. In quei mesi Filomeno venne selezionato come ufficiale della guardia nazionale mobile.

Una pesante atmosfera regnava a Padula, dell’entusiasmo per l’Unità era rimasto ben poco a causa dell’infuriare del brigantaggio nelle campagne e nel paese dove vi erano i loro sostenitori e complici. Era il 26 novembre 1863 quando il battaglione di Masini bussò ad una taverna dicendo di essere uomini della Guardia Nazionale. Qualcuno da dentro aprì incautamente e i briganti riuscirono ad entrare depredando i viaggiatori che lì pernottavano. Violentarono inoltre una ragazzina di 14 anni e portarono via il figlio del proprietario per chiedere un riscatto. Lo stesso Masini, appena un mese dopo, tornò a colpire depredando una vettura postale, nei dintorni di Sala.

Erano ormai tre anni che il brigantaggio infuriava nelle province meridionali. I nomi dei capo briganti si leggevano su avvisi e manifesti stampati e fatti affiggere in tutti i paesi. Il nome di Masini era il terzo dopo quello di Carmine Crocco e Ninco Nanco.

Padula era un territorio in cui risiedevano i “manutengoli” che erano persone in grande confidenza ed intimità con i briganti, non complici occasionali. Assicuravano una base di appoggio in paese soprattutto nei mesi invernali e rifornivano i briganti di viveri, vestiario e quant’altro serviva loro.

Accanto ad Angeloantonio Masini c’era Maria Rosa Marinelli la sua donna. Il suo ruolo con i briganti era di vivandiera ed infermiera sempre sotto l’occhio possessivo di Masini che la fece diventare una brigantessa.

Si stava avvicinando il momento tanto atteso da mesi. L’arrivo a Padula di Masini era stato preannunciato per la notte del 20 dicembre e bisognava prepararsi ad agire. Il piccolo gruppo che avrebbe dovuto affrontare i briganti era composto dal capitano Francesco Fera (1833-1895) un veterano garibaldino, dal luogotenente Vecchi, dal sergente Bignami e naturalmente dal capitano Padula che per primo aveva concepito tutta l’ operazione. Era la mezzanotte del 20 dicembre quando il famigerato Masini e la sua banda si rifugiarono nella casa del manutengolo Ferrara. Era l’ora di cena, Fera e Filomeno decisero di attaccare dopo il pasto contando sull’effetto del vino sui commensali, quindi i militi restarono in silenzio nella penombra e aspettarono. Passò altro tempo e Ferrara entrò nella stanza per sparecchiare, raccolse tutti i coltelli lasciati sul tavolo, e li portò fuori insieme ai piatti sporchi.

Fu allora che nella testa del capo branco scattò qualcosa. Gli anni passati nei boschi gli avevano insegnato a riconoscere particolari che sarebbero passati inosservati a chiunque. Comprese che stava per avvicinarsi un pericolo e si accorse che, dal tavolo, erano spariti i coltelli. Un attimo e poi capì di essere caduto in trappola.

Dalla porta sulle scale, entrarono Bignami, Fera e Filomeno, i primi due attaccarono subito Masini mentre Filomeno affrontò gli altri. Masini riuscì ad afferrare un pugnale rimasto sul tavolo e pur ferito a un braccio, si mise con le spalle verso la porta, in modo da impedire agli altri soldati di entrare. Sebbene ferito da molte coltellate, si impegnò in un corpo a corpo finale con Filomeno. Alla fine, però, fu sopraffatto e ucciso. Caduto l’ultimo grande masnadiero, il brigantaggio non scomparve ma continuò nel meridione fino al 1864.

Filomeno, ormai diventato un personaggio di rilievo decise di impegnarsi nella politica per continuare la tradizione garibaldina che, in quegli anni, sul piano nazionale aveva come scopo quello di liberare Roma e Venezia. Aveva ottime credenziali grazie all’uccisione del brigante Masini e a suo fratello morto durante la Spedizione dei Mille.

In un certo senso e nel loro tempo, Vincenzo e Filomeno Padula non furono personaggi fuori dal comune, rappresentarono, infatti, tanti uomini di quella generazione e di un secolo, i cui ideali non furono smentiti dalla storia successiva, mantenendo ancora oggi la loro sostanziale validità.